Apr
30th

Acqua da record

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Un paese in bottiglia, così Legambiente ha definito l’Italia nel suo ultimo rapporto sul consumo di acqua minerale. Secondo il dossier il nostro è il paese in cui si ha il maggior consumo di acqua in bottiglia nel mondo. I dati presentati dall’associazione evidenziano che gli italiani, nel solo 1996, hanno consumato 192 litri di acque minerali, oltre mezzo litro a testa al giorno. In Germania se ne consumano 128, negli Stati Uniti solo 99. Il dato italiano è in costante aumento e si è triplicato in poco più di 20 anni, nel 1985 infatti i consumi erano pari ad appena 65 litri. Una crescita vertiginosa che ha aumentato notevolmente i profitti delle aziende del settore.

Acqua in bottiglia

Convinti dalla pubblicità - Ma non è solo il gusto dell’acqua in bottiglia che ci spinge a riempire i carrelli del supermercato. Siamo sottoposti alla pressione di una campagna pubblicitaria che non ha precedenti. I dati di Altreconomia sottolineano che in Italia nel 2005 le aziende hanno investito in pubblicità circa 124 milioni di euro, una cifra 4 volte maggiore rispetto al 1990, quando i consumi pro capite erano poco più della metà di quelli attuali. Il rapporto dimostra che la pubblicità ha effetti positivi, soprattutto sui bilanci delle imprese. Nel 2006 in Italia erano attive 189 fonti e 304 marche di acque minerali in grado di generare un volume di affari di 2,2 miliardi di euro, grazie all’imbottigliamento di 12 miliardi di litri di acqua. (more…)

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Apr
30th

Un giardino che non spreca l’acqua

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Tre giorni per il giardinoE’ un angolo delle meraviglie che esplode di profumi e di colori in un moltiplicarsi di piante e fiori insoliti e speciali. E, a rendere ancora più intrigante questo spazio, c’è la scoperta che anche la bellezza più sontuosa può nascere dando la giusta attenzione all’ambiente. Ecco, allora, i giardini creati all’insegna di quella sostenibilità ecologica che impone parsimonia d’acqua in un mondo sempre più assetato.

Sono offerti dalla «Tre giorni per il giardino», la più importante mostra-mercato florovivaistica italiana organizzata dal Fai nel parco del Castello di Masino e giunta alla diciassettesima edizione, che vuole coniugare, quest’anno, la gioia degli occhi e l’imperativo della coscienza: come non rinunciare a veder nascere e splendere nel proprio giardino o sul proprio terrazzo piante e fiori imponendosi un minimo utilizzo dell’irrigazione. E’ questo il filo conduttore che lega gli appuntamenti dell’ormai classica «Tre Giorni» di Masino - in realtà, quest’anno, i giorni sono quattro, dal 1° al 4 maggio con orario 10-18 - realizzata sotto l’attenta regia dell’arch. Paolo Pejrone, fondatore e presidente dell’Accademia Piemontese per il giardino.
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Apr
24th

Waterfootprint: quanta acqua consumi?!

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E tu, quanta acqua consumi? In particolare, quanta acqua mangi senza accorgertene?  L’Italia è al secondo quarto posto, subito dietro gli Stati Uniti, la Grecia e la Malaysia, per consumo pro capite di acqua.

Ce ne servono 2.332 metri cubi all’anno. Sissignori, uno sproposito. Ad un americano, ne servono 2.500. Ma nel mondo la media è di 1.234 litri d’acqua a testa.

Non la beviamo tutta, ovviamente, e neanche siamo un popolo di igienisti. O meglio: indubbiamente docce, sciacquoni eccetera hanno il loro peso, come anche l’abitudine di lavare l’auto ed innaffiare i giardini con la potabile.

Ma più che altro, tutta quest’acqua acqua ce la mangiamo. Non ci credete?

E’ appena nato un sito, waterfootprint.org, a cura dell’università di Twente, in Olanda. Calcola quanto pesano gli individui e le nazioni sulle riserve d’acqua del pianeta.

L’ispirazione viene dai siti che permettono di calcolare le emissioni di anidride carbonica, il gas dell’effetto serra. Le emissioni sono legate - attraverso il consumo di energia - agli oggetti e alle abitudini quotidiane. Viaggiare, scaldarsi d’inverno, accendere il computer: tutto comporta emissioni di anidride carbonica.

A un calcolatore on line analogo per l’acqua, nessuno aveva ancora pensato. Si tratta di acqua virtuale, cioè di consumi di cui non ci accorgiamo. Così in una tazza di caffè - pochi sorsi - ci sono 140 litri d’acqua: quella che è servita ai chicchi per crescere ed essere lavorati.

Un chilo di carne bovina “incorpora” 16.000 litri d’acqua: le mucche bevono ma soprattutto mangiano cereali e foraggi che, a loro volta, sono stati innaffiati, raccolti e lavorati. Un chilo di mais richiede 900 litri d’acqua.

E così avanti. Una mela, 70 litri. Un bicchiere di birra, 75 litri; una fetta di pane, 40 litri. Un chilo di formaggio consuma 5.000 litri d’acqua; un chilo di carne di pollo, 3.900 litri.

Su waterfootprint ci sono tre calcolatori. Uno riguarda il consumo medio annuo pro capite per Paese. Poi ci sono i calcolatori individuali: uno di massima (dove vivi, quanto guadagni, sei vegetariano o no) e uno più raffinato, che tiene conto delle abitudini personali legate, oltre che al cibo, a bucati, abluzioni e relativa durata, modalità con cui si lavano i piatti…

In qualità di vegetariana, consumo meno acqua della media nazionale: non arrivo a 2.000 metri cubi. Ah: un metro cubo sono mille litri.

Waterfootprint, per scoprire quanta acqua mangi e consumi senza accorgertene

Sull’Independent un articolo dedicato a waterfootprint e al calcolo del consumo di acqua attraverso il cibo e le abitudini quotidiane

Via Blogeko

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Apr
21st

Acqua, petrolio, terra. La posta del Grande Gioco

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Può darsi che la Storia non si ripeta ma, come annotava Mark Twain, spesso «fa rima ». Le crisi e i conflitti del passato si ripresentano ciclicamente e con spiccate analogie, anche se alterati da nuove condizioni. In questo frangente, ad esempio, si assiste a una corsa alle risorse del pianeta straordinariamente simile al «Grande Gioco» che agitò i decenni poi culminati nella Prima guerra mondiale.

Oggi come allora, il «premio» più ambito è il petrolio e il rischio principale è che, facendosi sempre più incandescente, la disfida abbandoni i toni pacifici. Quel che si dipana sotto i nostri occhi, tuttavia, non è un banale remake del tramonto del Diciannovesimo secolo e degli albori del Ventesimo. Nuovi e potenti protagonisti sono scesi nell’agone, e il petrolio non rappresenta più l’unica posta in gioco.

Fu Rudyard Kipling con Kim, un avvincente romanzo imbevuto di spionaggio e geopolitica imperiale, ambientato ai tempi del Raj britannico e uscito a puntate nel 1900-’01, a traghettare il Great Game nell’immaginario collettivo. Il ruolo di attori-chiave, allora, spettava a Russia e Gran Bretagna, e l’oggetto del contendere era il controllo del petrolio dell’Asia centrale.

Oggi, invece, la Gran Bretagna conta ben poco, e Paesi come l’India e la Cina, soggiogati all’epoca dell’ultima manche, sono assurti al rango di protagonisti. Un tempo, la contesa gravitava principalmente attorno al petrolio dell’Asia centrale. Ora non più. I suoi tentacoli si estendono dal Golfo Persico all’Africa e all’America Latina, sino a toccare le calotte polari. E l’ambito bottino comprende anche le risorse idriche e le riserve (in via di esaurimento) di minerali fondamentali. La vera novità, però, è il riscaldamento globale, che acutizza la mancanza di risorse naturali. Il «Grande Gioco» cui assistiamo oggi è assai più enigmatico e pericoloso della versione precedente.

Il più importante dei protagonisti odierni è indubbiamente la Cina. Proprio qui, infatti, il nuovo paradigma si profila in modo più nitido. I dignitari cinesi hanno puntato tutto sulla crescita economica. Se il tenore di vita della popolazione non accennerà a miglioramenti, si innescheranno disordini e tumulti sociali su larga scala che potrebbero insidiare il loro potere. Se alla crescita inarrestabile non c’è alternativa, è indubbio che i suoi effetti collaterali siano devastanti. Sovrautilizzata nel settore agricolo e industriale, e minacciata dal progressivo ritiro dei ghiacciai himalayani, l’acqua sta diventando una risorsa non rinnovabile.

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Apr
21st

Sant’Anna abbandona il petrolio

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FRANCESCO DOGLIO - Arriverà presto in Italia, grazie all’intraprendenza di Alberto Bertone, la prima acqua minerale in biobottiglia, realizzata con una plastica naturale che si ricava dalla fermentazione degli zuccheri anziché dal petrolio.

Ecco come l’azienda presenta la novità: “Acqua Sant’Anna è la prima azienda privata a sposare una politica ecocompatibile con una iniziativa di tale portata. Si tratta della prima iniziativa del genere in assoluto in Italia e prima al mondo rivolta al mass market. L’impiego di risorse annualmente rinnovabili, anziché del petrolio, riduce la dipendenza dai combustibili fossili e, grazie a processi manifatturieri più sostenibili, contribuisce all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica, la causa principale dell’effetto serra. La nuova biobottiglia, garantendo performance identiche a quelle del Pet, permetterà ogni 50 milioni di bottiglie un risparmio di 13.600 barili di petrolio e ridurrà le emissioni di anidride carbonica pari a quelle emesse da 3.000 auto che percorrono in un anno circa 10.000 chilometri ciascuna. Sarà Sant’Anna, marchio leader di Fonti di Vinadio, azienda a capitale interamente italiano, a mettere in commercio, prima assoluta in Italia e prima al mondo rivolta al mass market, un’acqua minerale che utilizza una bottiglia realizzata interamente con una rivoluzionaria plastica naturale che si ricava dalla fermentazione degli zuccheri delle piante anziché dal petrolio”.

Dopo l’attenta sperimentazione, che ha dato risultati incoraggianti, in questi giorni l’imprenditore Alberto Bertone, CEO e Presidente di Fonti di Vinadio, sta definendo gli ultimi accordi con la grande distribuzione per la commercializzazione della biobottiglia. Oltre ai contatti con il mercato italiano, dove il marchio Sant’Anna è leader, si sta costruendo una piattaforma di lancio all’estero.

La nuova bottiglia ecologica di Acqua Sant’Anna non utilizza neanche una goccia di petrolio! Oggi Acqua Sant’Anna è la prima azienda privata a sposare una politica ecocompatibile con una iniziativa di tale portata. Oltre un anno fa, Alberto Bertone decise di sperimentare a Vinadio, nel cuore delle Alpi Marittime, l’imbottigliamento dell’acqua minerale con un materiale innovativo proveniente dagli Stati Uniti. Si fece carico privatamente di importare in Italia la materia prima, con la collaborazione di NatureWorks LLC, il primo produttore al mondo su scala industriale della plastica naturale denominata Ingeo™. Bertone ha fatto produrre con la bioplastica le preforme, ovvero l’ “embrione” della bottiglia, dalla forma simile ad una provetta, che all’interno dello stabilimento di Vinadio viene riscaldata e soffiata fino ad assumere la forma della classica bottiglia, poi raffreddata, lavata e riempita. Per dar vita alla sperimentazione, l’acqua minerale in biobottiglia Ingeo ™ è stata prodotta in circa 1 milione di esemplari, sottoposta per molti mesi a numerosi test per verificarne le caratteristiche ed il comportamento. I test hanno portato risultati ottimi, dunque la nuova biobottiglia di Acqua Sant’Anna sarà prodotta con la plastica naturale che si ricava dalla fermentazione degli zuccheri delle piante, anziché dal petrolio, garantendo performance identiche a quelle delle plastiche tradizionali. “L’impiego di risorse annualmente rinnovabili, anziché del petrolio, per produrre questa plastica naturale – spiega l’imprenditore Alberto Bertone - riduce la dipendenza dai combustibili fossili e, grazie a processi manifatturieri più sostenibili, contribuisce all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica, la causa principale dell’effetto serra. Sostituendo il petrolio con una risorsa rinnovabile di origine vegetale, si impiega il 67% di combustibili fossili in meno rispetto alle plastiche tradizionali.”

“Un esempio concreto – prosegue Bertone - può spiegare con maggior chiarezza la rivoluzione epocale che costituisce il principale potenziale di Ingeo ™ : se consideriamo 50 milioni di biobottiglie del peso di 27 grammi ciascuna, rispetto alla stessa quantità di bottiglie prodotte in comune PET, risparmiamo 13.600 barili di petrolio, ovvero la stessa quantità di energia che serve a fornire elettricità a 40.000 persone per un intero mese! Inoltre, riduciamo le emissioni di anidride carbonica pari a quelle emesse da 3.000 auto che percorrono in un anno circa 10.000 chilometri ciascuna!”

“A Vinadio siamo in grado di produrre 50 milioni di bottiglie in una settimana di lavoro. E oggi in Italia si devono smaltire ogni anno oltre 5 miliardi di bottiglie!”

La strategia aziendale prevede una prima fase sperimentale per la commercializzazione dell’acqua Sant’Anna in biobottiglia, con una circolazione di un numero limitato di esemplari e all’interno di un’area geografica circoscritta. Oltre al fatto che Sant’Anna sarà l’unica bottiglia di acqua minerale attualmente in vendita prodotta al 100% con plastica naturale, questa prima fase permetterà all’Azienda, che si avvarrà della collaborazione di partner qualificati, un monitoraggio attento e preciso, per poter raccogliere dati precisi sull’impatto del nuovo prodotto sul mercato e sul comportamento dei consumatori.

Contemporaneamente, Acqua Sant’Anna sta procedendo ad un confronto costante con operatori, enti pubblici, privati e associazioni di categoria che si occupano di questioni ambientali e soprattutto ha già provveduto ad informare chi si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, relativamente a questa iniziativa commerciale, al fine di permettere la valutazione delle varie opzioni dello smaltimento, nonché quale filiera meglio si adatti a queste nuove materie plastiche.

Dopo la prima fase sperimentale, la volontà dell’azienda è di immettere sul mercato un numero molto più elevato di bottiglie, pertanto sono in fase di verifica le varie opzioni di smaltimento: dal riciclaggio al compostaggio. Infatti, una volta deposta in ambiente idoneo allo smaltimento, la bottiglia prodotta con questa rivoluzionaria bioplastica si decompone completamente in circa 80 giorni.

Sant’Anna, da sempre responsabile ed attenta, si preoccupa delle materie prime, non solo da dove provengono, ma anche dove vanno a finire.

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Apr
14th

Water Bar: l’acqua diventa lusso

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“Stasera cucino il pesce, quale varietà di acqua posso abbinarci?”. L’uomo è fermo davanti alla vetrina al numero 8 di via Ugo Bassi. Ci sono molte bottiglie di acqua minerale esposte. Colorate, dalle forme strane, di diversa provenienza: Australia, Regno Unito, Giappone, Isole Fiji, Svezia. Succede anche questo. Nello shopping center bolognese è da due anni che Giano Chirici ha deciso di dare vita al Water Bar, il primo vero negozio in Italia specializzato nella vendita di bottiglie di acqua. “Noi siamo abituati a distinguere soltanto tra acqua naturale e frizzante. Finalmente ora c’è la possibilità di gustare le differenze tra i diversi tipi di acqua”, afferma orgoglioso. Questione di provenienza, di quantità di sali minerali, di antichità della fonte. “Ogni tipo di acqua ha le sue caratteristiche. Se si sanno sfruttare possono stimolare le papille gustative e far gustare meglio anche il cibo, il vino, il whisky”, dice Chirici.

Insomma: vendesi acqua per tutti i gusti. C’è la Malmberg Stilla, per esempio, che attinge per le sue bottiglie dalla sorgente di un piccolo villaggio svedese. La sua acqua - è scientificamente dimostrato - ha 5.245 anni e sembra sia ottima come accompagnamento per antipasti di pesce o carni bianche. È più zuccherata invece la Harrogate British Spa Water che, nel 1596, incantò il fisico inglese Bright. Si dice che da allora non volle più in tavola nessun altro tipo di acqua. Ma la lista è lunga. C’è la bottiglia rossa e blu della gallese Ty Nant. L’acqua che contiene, abbinabile preferibilmente con cibi croccanti, fu scoperta da un rabdomante nel secolo scorso. Analogamente alla Finè giapponese che, secondo la leggenda, il monaco buddista Kobodaishi fece sgorgare nell’VIII secolo. Camminava sulla catena vulcanica Fuji, era assetato. Gli bastò appoggiare il bastone a terra per far aprire la sorgente e dare vita a un’acqua che anni dopo sarebbe stata venduta a caro prezzo. Perché sia chiaro, oltre all’esercizio, ci vuole un buon portafoglio per potersi permettere la finezza di distinguere l’acqua.

“Ci sono bottiglie da tutti i prezzi, dai 4 ai 100 euro”, sostiene Chirici. La più costosa è senza dubbio la Bling, ideata da un eccentrico produttore hollywoodiano. Il nome dell’acqua sulla bottiglia è costituito da un intarsio di swarovsky, che fanno salire vertiginosamente il prezzo. “In effetti, non tutti possono permettersi di bere quotidianamente questi tipi di acqua. Principalmente i nostri clienti sono collezionisti o consumatori entusiasti che, per cene speciali, vogliono qualcosa di diverso”. A un costo più contenuto, 12 euro, è possibile degustare anche l’acqua più pura del mondo. Viene dalla Tasmania, in Australia, si chiama Cape Grim. La sua acqua è esclusivamente piovana, non contiene sali minerali e viene raccolta soltanto nei giorni in cui l’aria è più pura.
E se la curiosità resta, ma il portafoglio viene meno, è sempre possibile andare al Bistrot dello shopping center, e chiedere non una bottiglia, ma un bicchiere d’acqua.
Un buon modo per iniziare.

Da “LaStefani”

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Apr
8th

Design in discarica

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Lampadario Drop

L’impatto visivo dei lampadari di Stuart Haygarth è sorprendente. Non tanto per la loro effettiva e innegabile piacevolezza estetica, quanto per la constatazione che sono realizzati esclusivamente con materiali di recupero: cianfrusaglie trovate alla discarica o nei mercatini, amorevolmente recuperate e diligentemente assemblate. Ex fotografo, 41 anni, inglese, Haygarth è da tre anni sulla cresta dell’onda con la sua poetica neo-object trouvè. Da quando, nel 2005, ha presentato il suo Millennium Chandelier (un assemblage realizzato con i resti dei fuochi d’artificio trovate sulle rive del Tamigi il 1° gennaio) per lui è stato infatti un susseguirsi di successi: un pezzo commissionato dal Design Museum di Londra, due mostre alla Tools Galèrie di Parigi, una performance live a Design Miami e adesso la candidatura per il Bombay Sapphire Prize che verrà assegnato durante la settimana milanese del design di questo aprile.

Dettaglio lampadario Drop

“Lo scopo delle mie opere è fare rivivere ciò che è stato buttato via. Mettere insieme oggetti dello stesso colore, forma o funzione dà loro un valore particolare e un nuovo significato” dice Haygarth.

Che non si considera un ecodesigner ma una persona che non apprezza lo spreco ed è affascinata dalle storie che gli oggetti sanno raccontare.

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Apr
8th

Acqua al posto della benzina ecco il motore più economico

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Uovo di Colombo o primo passo di una svolta per un futuro pulito ed economico? Con l’economia globale che arranca sotto il peso del caropetrolio e l’ecosistema asfissiato dai gas di scarico, l’idea di produrre energia a partire dall’acqua non può passare inascoltata. Mentre gli scienziati discutono sulla serietà della cosa, negli Stati Uniti già si vendono i primi kit faidate per convertire qualsiasi auto – a benzina o a gasolio in un ibrido. Di marche diverse, questi kit costano fra i 50 e i 70 dollari l’uno e promettono una resa del motore fino al 60%: soddisfattiorimborsati. Il governo americano si è dimostrato subito interessato e ha messo i suoi esperti al lavoro su un prototipo per le auto di servizio. Il bello è che non esiste un inventore. Ognuno è in attesa del suo brevetto ma tutti i produttori guardano con riconoscenza ai pionieri C. H. Brown, che a questa tecnologia lavora dagli anni Quaranta, e Steven Meyer, che per primo ha realizzato un ibrido benzinaacqua modificando la propria auto. Le premesse esistono del resto dai tempi di Faraday il quale si era reso conto che con l’elettrolisi dell’acqua si potevano ottenere gas di idrogeno e di ossigeno e che questi si potevano separare oppure lasciare insieme come Hho, o gas di ossidrile. L’Hho è un gas combustibile più sicuro dell’idrogeno puro, che solo di recente si è riusciti a imbrigliare per produrre energia pulita a costi quasi praticabili. L’idrogeno, come insegna il disastro del dirigibile Hindenburg, è molto instabile. E controllarne l’esplosione, quando viene a contatto con l’ossigeno, o anche solo portarselo appresso in un serbatoio, richiede grandi precauzioni.
Nel motore ad acqua però il serbatoio del gas non c’è. Non serve. C’è invece un dispositivo di elettrolisi che, attingendo da una cartuccia piena d’acqua (e bicarbonato come catalizzatore), produce di volta in volta tanto gas quanto ne serve per ogni ciclo di combustione, per poi condensare in H2O, ovvero acqua. Come fanno le fiamme ossidriche di ultima generazione, ispirate a un brevetto di Danny Klein. Se c’è un’avaria, male che vada, si spegne il motore. Da qualche anno esistono persino propulsori per aeroplanigiocattolo che usano le proprietà di questo gas, e all’ultima Fiera dell’Elettronica di Las Vegas sono apparsi i primi generatori di corrente alimentati ad acqua (cioè ad HHO), che arriveranno sul mercato in autunno. Per ora servono a ricaricare telefonini, iPod e computer ma è facile prevedere che cresceranno in fretta per alimentare macchine a maggiore consumo.

Sull’efficacia del sistema è pronto a giurare Klein che è stato assunto come consulente dall’amministrazione americana e che da quasi due anni, dichiara con orgoglio, nella sua auto mette “solo acqua”. T.R. Knudtson, vecchio professore in pensione e massimo studioso di HHO, non ha dubbi: in questo gas sta il segreto di un futuro respirabile e di una crescita sostenibile. Avverte però che, “se sulla carta tutti i conti tornano, riuscire a mettere insieme viti e bulloni, per creare un sistema che funzioni davvero, è tutt’altra cosa”.

Da “La Repubblica” del 4 aprile 2008

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