Uh, brutto segno. Siamo abituati qui alle trionfalistiche dichiarazioni sulla scoperta di nuovi immensi giacimenti di petrolio chissadove, sotto chilometri di rocce oceaniche o chilometri di ghiacciai. Ogni volta ci tocca ridimensionare gli entusiasmi, anche perché poi dopo i titoloni stampa regolarmente ci si scontra con la realtà: i giacimenti sono molto inferiori al previsto, oppure sono impossibili da sfruttare a causa di costi altissimi o condizioni proibitive.

Uno dei casi è stato quello dei giacimenti brasiliani, e oggi nuovamente di Brasile torniamo a parlare. Riporta l’ANSA che nel sottosuolo dell’Amazzonia (ahia) ci sarebbe una riserva pari a 86 mila chilometri cubi di… acqua dolce. Sufficiente ad un fabbisogno pari a cento volte la popolazione mondiale. Non suona anche a voi di già sentito?

Comunque, tra gli annunci entusiastici già affiorano i prevedibili ostacoli.

La falda, la cui scoperta e’ stata annunciata dopo trent’anni di trivellazioni, scavi e test, spesso in luoghi di difficilissimo accesso, si trova sotto gli stati amazzonici di Para’, Amazonas e Amapa’, lungo quindi il corso del Rio delle Amazzoni.

Luoghi improbi, di difficilissimo accesso, tant’è vero che ci sono voluti ben trent’anni per trovare… acqua. Inoltre, non dimentichiamo che si tratta del polmone verde del pianeta, un’area che dovrebbe essere superprotetta ed invece è già fin troppo trivellata. L’acqua dell’Amazzonia poi affiora in alcuni punti, da dove viene puntualmente inquinata, col rischio che si finisca con l’inquinare anche tutto il resto.

L’ANSA conclude affermando che l’Amazzonia è destinata a diventare la nuova Arabia Saudita… e anche questo l’abbiamo già sentito dire cento volte. Solo che stavolta si parla di acqua, e davvero finiamo col sospettare che l’oro blu sarà il petrolio del futuro. Che il Cielo ci scampi e liberi.

Da blogsfere.it